Trekking Palma di Maiorca: i migliori sentieri

Ma tu vivi a Maiorca? E d’inverno, a Maiorca, cosa fai? Ti annoi vero?

Non sai quante volte mi sono sentito rivolgere queste domande. E non ti nascondo che uno dei motivi che mi ha spinto a lanciare VivereMaiorca è proprio questo: far sapere alla gente là fuori che a Maiorca, in inverno, ci sono un sacco di cose da fare!

In particolare, Maiorca è un autentico paradiso per gli amanti del trekking, della mountain bike e dell’arrampicata! La Sierra de Tramuntana, la catena montuosa che taglia Maiorca trasversalmente, è un fitto intreccio di sentieri e percorsi che collegano tra loro borghi, calette e altri luoghi interessanti nel bel mezzo della montagna.

Per molto tempo ho pensato di scrivere un articolo con i migliori sentieri di trekking a Maiorca. Ma il trekking è una cosa seria, non si può improvvisare.

Ed è per questo che ho chiesto di scrivere quest’articolo ai ragazzi di Maiorca Trekking. Italiani e amanti di Maiorca, come me, i ragazzi di Maiorca Trekking conoscono ogni angolo, ogni sentiero e ogni segreto dell’isola.

Fare trekking con loro è un’esperienza unica, un viaggio nel tempo e nella storia di quest’isola. Ogni volta che cammino con loro tra le montagne della Sierra, rimango a bocca aperta come un bambino ascoltando i loro racconti. E mi innamoro ancora di più di quest’isola.

Ma ora, parola a Maiorca Trekking. Sei pronto a scoprire il trekking a Maiorca e i migliori sentieri, raccontati dalla voce di chi conosce la natura di Maiorca come le proprie tasche?

 

 

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palma di maiorca walking tour

Maiorca è un paradiso anche per gli amanti del trekking, lo sapevate?

Abbiamo scelto per voi 10 itinerari da non perdere.  Non pretendiamo certo che siano i migliori, o i più difficili, o i più belli.

Sono quelli che riteniamo essenziali, per conoscere l’isola non solo dal punto di vista naturalistico, ma anche storico, culturale ed etnografico.

Sono distribuiti equamente su tutti i punti cardinali dell’isola, con qualche piacevole sorpresa anche per chi alloggia a Palma e dintorni e non ha voglia o possibilità di effettuare spostamenti lunghi.

Il grado di difficoltà del percorso è un altro indicatore importante, e a tal proposito abbiamo cercato di soddisfare tutti, dai più esigenti ai desiderosi, invece, di una semplice passeggiata, anche con famiglia al seguito.

Ma prima qualche consiglio su come affrontare un trekking a Maiorca.

Sull’isola la rete di sentieri è solo in parte ben strutturata e organizzata. Non esiste infatti un ente preposto alla cura e al mantenimento come invece accade in Italia con il CAI, ma solo associazioni locali che contribuiscono in maniera sempre più organica al rilancio di una forma di turismo sostenibile.

In questo contesto si sta provvedendo ad unificare tutta la rete per garantire ai trekkers di compiere l’intero periplo dell’isola. La presenza di rifugi, relativamente economici, che consentono oltre al riposo anche una buona colazione e un pasto rigenerante completano l’offerta.

Per quanto riguarda l’attrezzatura indispensabile, è sempre consigliabile l’utilizzo di un dispositivo GPS, in quanto la segnaletica puo’ risultare spesso fuorviante.

Se in Italia siamo abituati alle consuete tracce rosse e bianche che guidano il nostro cammino, a Maiorca la segnaletica più comune è rappresentata dalle fitas, piramidi di pietre ammassate una sopra l’altra, che danno un riferimento alla direzione da prendere. Spesso gli escursionisti, credendo di agevolare il percorso di coloro che effettueranno lo stesso cammino, spostano o costruiscono fitas disponendole in modo sbagliato e generando disorientamento.

Naturalmente, anche a Maiorca sono presenti segnali che indicano tempi di percorrenza e punti cardinali, ciò non toglie che prima di affrontare in solitaria un trekking sull’isola sia opportuno raccogliere il maggior numero di informazioni possibili e avere qualche nozione di cartografia, che a differenza del GPS, ci dà informazioni importanti riguardo la difficoltà del percorso grazie alle curve di livello.

Il periodo migliore per il trekking a Maiorca è SET-GEN e APR-GIU, ma ci sono buone notizie anche per i vacanzieri d’alta stagione.

A luglio e agosto infatti, oltre alla possibilità di effettuare tratti costieri che consentono un tuffo rigenerante, esplorare le numerose grotte dell’isola sarà più’ facile. L’attività carsica che contraddistingue la maggior parte delle cavità sarà meno intensa e di conseguenza il terreno sotto i nostri piedi meno umido e scivoloso. Inoltre, questa è la stagione ideale per affrontare in secca il Torrent de Pareis, il secondo canyon più lungo d’Europa dopo le gole di Samaria a Creta.

Insomma, Maiorca è speciale anche per questo, per la sua varietà e per la possibilità che offre a tutti di costruirsi la vacanza ideale secondo le proprie attitudini, in ogni stagione e anche solo per un week-end.

Ma ora è il momento di mettersi in marcia, e come diciamo sempre “tutto quello che sale sulla montagna deve anche scendere”.

Avanti trekkers, buon cammino!

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1. Sierra de Na Burguesa

Partenza: Palma de Mallorca
Arrivo: Palma de Mallorca
Difficoltà: Intermedio
Equipaggiamento: PRO
Lunghezza: 10,2 km
Durata: 5 ore
Dislivello: 550 m salita/discesa
Punto di accesso: Cementerio La Vileta, Urbanización Son Vida

 

Avete portato torce e luce frontale?

No, non andiamo a fare un tour notturno nel cimitero.

Anche se questo è un cimitero particolare.

Ci troviamo nella periferia di Palma, a ridosso delle sue colline.

Il Cementerio de La Vileta è il punto di partenza del nostro itinerario e rappresenta un luogo di interesse storico.

Qui vi sono sepolti i cosiddetti nobili “carlisti” maiorchini, ossia coloro che difendono la Lex Salica, quella legge di successione al trono che prevedeva che “nessuna terra puo’ essere ereditata da una donna ”.

La nascita del movimento carlista deve infatti le sue origini all’incoronazione di Isabella II di Spagna nel 1833, in contrasto con la linea dinastica che avrebbe invece preferito la sovranità di suo zio, Carlo V.

Con questo excursus storico siamo pronti ad immergerci nella natura alle spalle della città, vero scrigno di tesori inaspettati.

Risaliamo uno stretto vallone fino ad un antico bivio utilizzato dai pastori come snodo per raggiungere i paesi limitrofi, dove troviamo i ruderi di una vecchia locanda utilizzata dai viandanti per rifocillarsi e riposare nelle piccole camere a disposizione.

Svoltiamo verso sinistra ed iniziamo la risalita verso il punto più alto della nostra escursione. Uno stretto sentiero ci porta verso le due principali attrazioni della giornata: un’antica miniera in disuso il cui ingresso e’ letteralmente intagliato nella montagna e una grotta a più  sale dove ammirare le varie formazioni createsi nel corso dei millenni.

A differenza delle altre numerose grotte e cavita’ presenti sull’isola, le grotte de Na Burguesa (sono piu’ di 400 quelle inventariate e mappate!) hanno una origine clastica. E’ come trovarsi di fronte a una gigantesca forma di formaggio bucherellata a fondo!

Non e’ stata infatti l’azione dell’acqua infiltrata nel suolo a creare questo mondo sotterraneo, bensì movimenti meccanici di frattura del suolo. Questo e’ dovuto anche al principale materiale che compone queste montagne, il gesso.

Dopo aver ammirato alcune cave utilizzate agli inizi del 1900 per estrarre materiale da costruzione, poi abbandonate per privilegiare il mares, arenaria molto più resistente, e raccolto una manciata di corbezzoli, siamo pronti per ritornare lentamente al punto di partenza del nostro itinerario.

Il percorso non presenta difficoltà tecniche elevate, ma raccomandiamo attenzione per l’orientamento, dato il numero di sentieri parzialmente segnalati che si intrecciano su queste colline, e soprattutto all’interno delle grotte, dove ampie voragini si possono improvvisamente aprire sotto i vostri piedi.

E’ davvero incredibile pensare che a soli 10 minuti di macchina si possa essere davanti a la Seu e nel bel mezzo della vita notturna di Palma.

2. Son Real

Partenza: Son Serra de Marina
Arrivo: Son Serra de Marina
Difficoltà: Facile
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 10 km
Durata: 4 ore
Dislivello: pianeggiante
Punto di accesso: Porticciolo di Son Serra de Marina

Ci spostiamo dall’altra parte dell’isola, ma un po’ di strada in più ripagherà i chilometri percorsi.

L’itinerario si snoda agevolmente lungo la costa e non presenta nessun tipo di dislivello o difficoltà tecnica. Lo consigliamo a chiunque, anche ai più piccoli o a chi vuole portare il proprio amico a quattro zampe a fare una bella passeggiata.

Il vento qui soffia sempre un po’ più forte, ma la vastità del paesaggio ci dà la sensazione di respirare per la prima volta.

Si parte dal porticciolo di Son Serra de Marina, tranquillo borgo turistico sulla costa nord, per imboccare un comodo e largo sentiero costiero, fra spiagge da cartolina, surfisti a cavallo delle onde e gli immancabili volatili che accompagnano il nostro cammino.

Siamo a ridosso di una zona protetta per la ricostruzione dunare di Maiorca, e senza accorgercene, ci ritroviamo nel punto cruciale del nostro percorso, un luogo tanto bello quanto ricco di storia: un dolmen di 4.000 anni fa, una grotta usata come tomba familiare in epoca preistorica e, per finire, una meravigliosa necropoli in riva al mare, che tanto ci dice delle usanze funebri dei popoli talayotici.

Dovete sapere che in quei tempi, mentre la vita si svolgeva in strutture molto precarie, la condizione della morte era invece molto più privilegiata e degna di importanza.

La caverna funeraria che esploriamo e’ formata da un’entrata, un’anticamera e una camera sepolcrale. Tutti gli elementi architettonici sono disposti in maniera schematica e rigorosa secondo un modello standardizzato che possiamo ritrovare anche in altre zone del Mediterraneo.

I dolmen erano invece costruzioni più complesse, ma al di la’della tecnica costruttiva quello che colpisce maggiormente e’il loro orientamento a sud-ovest, verso il tramonto al solstizio di inverno, forse perche’ la morte veniva vista non come una resurrezione dell’anima ma come il definitivo declino della vita.

Ed eccoci finalmente al momento più emozionante della nostra escursione.

Davanti a noi una necropoli scoperta negli anni 50’, composta da 143 tombe ospitanti 425 individui compresi tra i 33 e i 38 anni. Qui sono state ritrovate dagli archeologi numerose testimonianze, come elementi di artigianato, pezzi di ceramica ed altri utensili di vita comune.

Ciò che non e’ invece mai stato ritrovato sono i resti della città che doveva in qualche modo essere legata al suo cimitero. I più romantici, guardando l’orizzonte, già immagineranno un’Atlantide maiorchina, in verita’ l’ipotesi più accreditata è che la necropoli fosse dedicata alle classi dominanti della società talayotica (il cui nome deriva dai talayot, costruzioni di pietra a forma di torre disseminate ovunque sull’isola), e per questo distanziata dai centri di aggregazione.

Un ultimo momento di contemplazione e siamo pronti per ripercorrere a ritroso i passi dell’andata, magari dopo un bagno nelle meravigliose acque di levante, con la salsedine sulla pelle e le risate dei nostri compagni di viaggio a coronare una splendida giornata.

3. Galatzò

Partenza: Estellencs
Arrivo: Estellencs
Difficoltà: Elevata
Equipaggiamento: PRO
Lunghezza: 10,4 km
Durata: 6 ore
Dislivello: 1050 m salita/discesa
Punto di accesso: Km 97 della Ma-10 (fra Andratx e Estellencs)

 

Il Galatzò è semplicemente la montagna magica dei maiorchini

Isolata rispetto alle altre cime della Sierra de Tramuntana, si erge imponente con una forma che ricorda il Cervino.  Luogo di leggende e misticismo, è sicuramente una delle mete più ambite, e dalla sua cima si può  abbracciare quasi tutta la terra emersa”.

Le vie per il Galatzò sono diverse, alcune molto complicate, altre più semplici.

Noi abbiamo scelto un itinerario di difficoltà elevata, soprattutto per il dislivello importante a cui sottoporre le proprie gambe, ma tecnicamente accessibile, fatto salvo per qualche tratto a cui prestare attenzione nella ridiscesa a valle.

Ci è capitato in ogni caso di vedere anche famiglie che affrontavano il percorso, quindi se siete allenati non fatevi scappare l’occasione di salire fin quassù!

Il punto di accesso lo troviamo lungo la via costiera della Sierra de Tramuntana, per iniziare subito l’ascesa su di una strada larga e sterrata, ma con buona pendenza.

Svoltiamo ad un primo bivio che ci conduce ai ruderi di un’antica stalla per bovini, oggi attrezzata per piacevoli pic-nic nel bosco. I segni del passato non mancano, essendo evidenti le tracce lasciate dai carboneros maiorchini.

Prestando attenzione, si notano infatti pietre disposte in maniera circolare sul terreno , che stanno ad identificare un luogo adibito alla produzione di carbone vegetale (sitja).

La trasformazione della legna dei boschi in carbone era una delle attività economiche più importanti sulla Sierra de Tramuntana fino agli anni 60’. Le condizioni di lavoro erano durissime e rese ancora più infauste dal fatto che alla fine dell’opera, ai carbonai, rimaneva in tasca la parte meno nobile del “raccolto”: la carbonella!

A questo punto le vie per raggiungere la sommità sono due: scegliamo la più breve, ma anche la più ripida, salendo per stretti tornanti che ci consentono di superare velocemente un buon dislivello.

Il bosco comincia a diradarsi, mentre le pareti rocciose calcaree tipicamente maiorchine ci mostrano tutta la loro asprezza e i loro incredibili colori.

Raggiungiamo quindi un altopiano da cui, svoltata una curva a destra e se siamo fortunati, ci appare la sagoma della nostra cima di giornata. La sommità è infatti spesso coperta da nubi, tanto da meritarsi l’appellativo di montagna con il sombrero.

Saliamo fiancheggiando il corso di un torrente, mentre il panorama appare sempre più incredibile. Le nuvole sono sotto di noi e ci appaiono come un mare di batuffoli d’ovatta bianchissima.

Prendiamo quota fino ad un altro bivio, inizia finalmente l’ultima salita fra le rocce, lungo una via ben marcata e stretta. Prima però di affrontarla, possiamo apprezzare davanti a noi la sagoma d’Es Bispe, uno spuntone di roccia che si protende verso il vuoto, con una frattura visibile proprio nel mezzo, molto amata dagli arrampicatori.

Man mano che saliamo il sentiero scompare, lasciando il posto ad una traccia fra grossi massi, fino ad arrivare al punto più ripido e aspro in cui l’uso delle mani risulta necessario per aiutarsi nella salita.

Arrivati su, Maiorca è ai nostri piedi in tutto il suo splendore.

Baciati dal vento e dal sole ci godiamo il meritato riposo, testimoniando l’impresa con foto di rito.  Vediamo altri escursionisti arrivare dal versante opposto, ancora più ripido, non consigliabile oltre che per i poco avvezzi al trekking, anche per i superstiziosi.  Si dice infatti che questo versante della montagna richiami con la forza del suo magnetismo un gran numero di serpenti nella stagione invernale.

Siamo oramai pronti per scendere, il terreno è instabile e soprattutto in gruppo occorre fare attenzione alla pietre che potremmo far scivolare giù con i nostri passi. Superata la parte più difficile, proseguiamo per un’altra via rispetto all’andata. Agevolmente ci ritroviamo nel bosco, con le gambe ormai stanche, ma con davanti a noi ancora pochi e comodi chilometri.

I ruderi di un antico pozzo per la raccolta dell’acqua e un tipico qanat riempiono ancora di più la nostra esperienza. L’acqua è sempre stata una risorsa essenziale per gli abitanti della Sierra e i sistemi usati dagli arabi per incanalarla erano stupefacenti, tanto da essere utilizzati fino a qualche decennio fa.

Una sete improvvisa e la borraccia quasi vuota cominciano a dare al percorso un’aura di epicità, ma in men che non si dica ci ritroviamo sulla strada e un bar a strapiombo sulla costa ci accoglie per un meritato ristoro.

4. Camì dels Presos

Partenza: Cala Sant Vicenç
Arrivo: Cala Sant Vicenç
Difficoltà: Facile
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 3,5 km
Durata: 2 ore
Dislivello: 150 m salita/discesa
Punto di accesso: Parcheggio Cala Sant Vicenç

 

Sulla strada che conduce a Port de Pollença prendiamo il bivio per Cala Sant Vinçent, uno dei pochi luoghi nell’isola ancora poco invasi dal cemento.

Parcheggiamo comodamente qualche decina di metri prima di arrivare a mare e una mappa esplicativa ci indica l’inizio del nostro itinerario.

Il Cami’dels Presos (o de ses Coves Blanques) è un percorso breve adatto a tutti, ideale anche per i più piccoli.

La strada che si inerpica dolcemente tra le montagne fu costruita tra il 1937 e il 1940 dai prigionieri politici detenuti a Maiorca durante il periodo franchista. In quegli anni, infatti, le Baleari erano delle vere e proprie carceri a cielo aperto e morirono centinaia di uomini, sfruttati come bestie, per i fini militari del generale.

Imboccata la via, dopo qualche centinaio di metri nel bosco, un monumento commemorativo ci fa posare lo sguardo sul cancello vicino, apparentemente chiuso, al cui lato è posta una piccola scaletta di legno. Una volta superato l’ostacolo siamo pronti per muovere i primi passi sul cammino.

La pendenza è dolce e dopo le prime curve già possiamo ammirare da una posizione privilegiata la Serra del Cavall Bernat, Es Colomer, e dietro di noi la baia di Pollença.

Proseguendo e superando sulla sinistra una vecchia cava che ai più fantasiosi apparirà come una montagna mangiata a morsi, giungiamo ad un tunnel scavato nella roccia, che può essere esplorato senza pericoli.

Allungandoci verso il promontorio, che quasi richiama magneticamente per ammirarne la bellezza circostante, possiamo notare ciò che resta di una installazione militare antiaerea mai terminata dai falangisti, con tanto di gallerie e basi di appoggio per i cannoni Vickers.

Di fronte a noi le guglie del Cavall Bernat, il cui gioco di luci e ombre nei mesi invernali, regala per pochi minuti la magia di meraviglioso cavallo proiettato su tutta la parete rocciosa.

Ci troviamo nel luogo preferito di nidificazione del voltor (avvoltoio monaco), specie protetta ed estinta in Italia dagli anni 60’. L’avvoltoio monaco è il rapace più grande d’Europa, con una apertura alare che sfiora i 3 metri. Ha una vita longeva ed e’ monogamo. Vedere volare una coppia di innamorati sopra la propria testa e’ una delle esperienza più belle ma allo stesso tempo più comuni per i frequentatori dei sentieri dell’isola.

Appena più distante, lungo la cresta della montagna, qualche fitas spinge gli appassionati di fotografia a inerpicarsi fino a raggiungere il luogo ideale per un 360 gradi che spazia da Formentor alle bianche case del porto, e quindi su fino a s’Albufereta, le lunghe spiagge di Muro, i profili di Levante.

Siamo in un luogo selvaggio, senza tempo, siamo solo noi a fare da vedetta, come si faceva un po’ di tempo fa: “Pirati in vista!”

5. Barranc de Biniaraix

Partenza: Biniaraix
Arrivo: Biniaraix
Difficoltà: Intermedio
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 9 km
Durata: 5 ore
Dislivello: 715 m salita/discesa
Punto di accesso: Pueblo di Biniaraix, dopo la chiesa

 

Partiamo dal pittoresco villaggio di Biniaraix, incastonato fra le montagne della Serra de Tramuntana, dopo aver superato Soller e i suoi aranceti.

L’origine del nome ci riporta alla dominazione araba dell’isola intorno al XII secolo. Il suffisso bini significa infatti “la casa di”, mentre “Araix” e’ semplicemente il nome del clan che si insedio’ nella vallata.  Lo stesso vale per molti altri pueblos nell’isola, come Binissalem, Biniagual, Biniali, Binibassi’.

Curioso vero?

Ci mettiamo in marcia, davanti a noi pareti di roccia verticali e una spaccatura profonda da risalire. Sono 1.932 i gradini di pietra che dovremo affrontare, e quando il torrente è carico d’acqua il passaggio di un piccolo ponte rende l’inizio del cammino ancora più spettacolare.

Raggiungiamo la gola di s’Estret, il punto – manco a dirsi – più stretto e spettacolare del barranc, fino alla finca di Can Catì, meraviglioso possedimento ricco di terrazzamenti utili alla coltivazione dell’ulivo.

Non c’è itinerario migliore sulla Serra per scoprire la tecnica della della pedra en sec. Sono proprio i muretti (marges) che hanno reso possibile nel corso dei secoli la diffusione dell’attività agricola in zone apparentemente inaccessibili.

Ma l’apposizione di pietre, una sopra l’altra, senza l’ausilio di malta, calce o cemento era una tecnica costruttiva utile anche per creare infrastrutture come i forni di calce e le case di neve, o vere e proprie vie di comunicazione, come quella che stiamo percorrendo.

Più che in altre zone del Mediterraneo, la pedra en sec a Mallorca influenza e modella il paesaggio, testimoniando le forme di vita rurale sull’isola e regalandoci un vero e proprio viaggio nel tempo.

Il restauro e il mantenimento delle costruzioni era affidato al cosiddetto marger, mestiere che si tramandava di padre in figlio e figura che nel corso degli anni ha rischiato di essere dimenticata. Fortunatamente, e’ stata creata una vera e propria scuola per recuperare le antiche tecniche, e chissà che non possiate osservare un gruppo di marger al lavoro mentre siete in cammino!

Il sole inizia a nascondersi dietro alle pareti che qui quasi si toccano, e’ ora di ripartire perche’ ci aspetta un tratto con buona pendenza. Dopo aver affrontato numerosi tornanti, la vista della valle sottostante, con il faro di Port de Soller e il blu infinito del mare, appaga i nostri sensi.

In cima al sentiero, l’altopiano dell’Ofre, una zona pianeggiante adibita a pascolo dove sostare per un meritato pranzo al sacco. Da qui, davanti a noi Els Cornadors, una montagna la cui sommità ha una forma inconfondibile simile al corno di un capretto, e invece dietro il Puig de l’Ofre, dalla forma conica e caratteristica.

Entrambe le montagne sono ben visibili anche da Soller, più di mille metri più in basso, e fa sempre una certa impressione agli amici quando dalla strada, orgogliosamente, dici: “sono stato lassù!”, come fosse il Nanga Parbat.

Siamo oramai pronti per la discesa, e dopo aver percorso parte del sentiero dell’andata, giungiamo al bivio con l’antico cammino per Biniaraix, un traccia alternativa usata prima della costruzione del selciato. Consigliamo vivamente questa deviazione che permette di definire la perfetta circolarità dell’itinerario e di mantenere attivi i sensi su terreni ancora non battuti.

La giornata volge al termine, nel pueblo un gatto sonnecchia placidamente mentre i bar servono arance appena spremute. Non riusciamo davvero a smettere di pensare al nostro trekking in un patrimonio mondiale dell’umanità.

6. La Trapa

Partenza: Sant Elm
Arrivo: Sant Elm
Difficoltà: facile
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 9 km
Durata: 4 ore
Dislivello: 514 m salita/discesa
Punto di accesso: Avinguda La Trapa, poi Camì de Can Tomevì

 

 

La Trapa e’ sicuramente uno dei sentieri più conosciuti e panoramici dell’isola, un grande classico. La meta e’ un vecchio monastero con annesso mulino che si specchia sulla stupefacente isola della Dragonera, ma le vie di accesso sono numerose e le varianti più o meno complicate.

L’itinerario che proponiamo prevede l’andata seguendo il percorso più agevole, mentre al ritorno ci imbattiamo nel superamento di un piccolo passo, un po’ più tecnico ma comunque senza tratti esposti, che degrada verso il bosco ombreggiato.

Ad oggi il complesso della Trapa e’ in fase di ristrutturazione e ospiterà un rifugio per gli amanti del trekking nonché uno spazio per il campeggio in tenda (con l’autorizzazione dell’associazione che si occupa della gestione, il GOB).

Partiamo da Sant Elm, l’ultimo avamposto a Ponente prima del mare, e dopo aver superato il centro abitato troviamo una piazzetta dove poter parcheggiare la macchina. A pochi metri l’Avinguda la Trapa, siamo pronti per metterci in cammino!

Risaliamo lungo il sentiero comodo e ben tracciato sul quale troviamo anche punti di riferimento che confermano la bontà della direzione intrapresa, come ad esempio un vecchio casolare ormai ridotto a rudere.

La vegetazione e’ straordinaria: erica, lentischi e rosmarino selvatico riempiono di profumi i nostri passi. Anche un’altra pianta cattura la nostra attenzione, si tratta della estepa blanca maiorchina, riconoscibile in primavera per i fiori rosacei e apprezzata dai locali come sostituto del tabacco.

Davanti a noi possiamo notare tanti piccoli pini di Aleppo appena piantati per il progetto di riforestazione di questa porzione di territorio, dopo l’incendio che nel Luglio del 2013 distrusse 2.347 ettari di bosco.

Ed e’ proprio per assicurare una via rapida di accesso che stiamo camminando su un sentiero pavimentato, ma che non toglie fascino al paesaggio circostante.

Arrivati in cima, sotto di noi la Trapa con il suo meraviglioso balcone a strapiombo sul blu. Ancora poche centinaia di metri ci separano dalla meta, e già possiamo vedere dall’alto tutto il complesso, immaginando il lavoro nei campi dei monaci che qui abitavano, e che qui avevano deciso di dedicarsi al silenzio e alla solitudine.

Sopra di noi, invece, un continuo passaggio di falchi Eleonora.

Il nome di questi piccoli rapaci dall’apertura alare di circa 1 metro risale al XIV secolo, quando la regina di Sardegna Eleonora d’Arborea compilo’ un codice di leggi che ne vietava la caccia.

L’aspetto comunque più interessante e che lega fortemente il falco Eleonora a questo territorio è la tecnica per l’approvvigionamento del cibo: i membri della colonia si posizionano controvento a diverse altezze formando un vero e proprio muro, nel quale incappano i migratori stremati che cercano di raggiungere le coste.  Ma attenzione, se state programmando un fuori stagione a fine autunno, sappiate che il nostro caro rapace si trova a svernare in Madagascar, beato lui.

Tornati con lo sguardo a terra, un altro dettaglio cattura l’attenzione. Sembra una banalità ma non lo è, almeno per noi.

Ci è capitato spesso, in altre parte parti del globo, anche in siti Unesco o parchi nazionali, di vedere i classici cartelloni esplicativi rovinati dalle intemperie o dalla maleducazione. Alla Trapa invece, un poggiolo di legno regge delle bellissime infografiche che si chiudono a libro, una soluzione semplice ma che dimostra quanta cura si abbia in questo piccolo angolo di paradiso!

Siamo ormai pronti ad affrontare la via del ritorno.

La segnaletica ci spinge a non ripercorrere i passi dell’andata e dopo esserci insinuati in un tratto alquanto stretto, ci troviamo di fronte a un promontorio roccioso che rappresenta l’unico punto complicato della giornata.

Con la tecnica alpinistica dello scivolamento anche i meno avvezzi riusciranno a scendere di una decina di metri, fino a ricongiungersi con il bosco e con lo spirito. Da qui, l’orientamento è semplice: Sant Elm è davanti a noi, sulla nostra destra il mare, non possiamo confonderci!

Sbuchiamo da una deviazione poco distante dal vecchio rudere di qualche ora prima, certi che con i grandi classici davvero non si sbaglia mai.

 

7. Refeubetx

Partenza: El Toro
Arrivo: El Toro
Difficoltà: intermedio
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 14,8 km
Durata: 6 ore
Dislivello: 407 m salita/discesa
Punto di accesso: Parte alta di El Toro, dove si congiungono l’Avenida del mar e l’Avenida de la bella vista.

 

A pochi chilometri da Palma si trova la località di El Toro, la Beverly Hills maiorchina, con belle ville sulle colline e un porto frequentato da yacht lussuosi.

È proprio da qui che parte il nostro itinerario costiero, a dire il vero poco conosciuto, che ci porterà a fare un salto nel recente passato dell’isola, senza tralasciare scorci naturalistici e paesaggistici che ci riempiranno di meraviglia.

Ci troviamo su un terreno roccioso, a circa 150 metri di altezza.
Con Ibiza sullo sfondo, e dopo aver ammirato una vecchia cava di arenaria, ci addentriamo in territorio militare, oggi abbandonato e a dire il vero poco valorizzato.

Siamo all’alba del 1930, quando il Generale Franco era comandante militare delle Baleari, l’epoca della guerra civile spagnola e della successiva dittatura franchista. Qui vaghiamo fra installazioni in disuso, dormitori, alloggi, mense, case degli ufficiali, vecchie postazioni dove troneggiavano i cannoni Vickers antiaerei.

Ma il vero spettacolo non è in superficie, bensì sottoterra: ci ritroviamo in un dedalo di antichi tunnel militari di servizio, tutto è rimasto com’era, il tempo sembra essersi fermato e siamo assordati da un silenzio surreale, il silenzio della guerra.

Alcuni di questi tunnel sono stati murati perché rappresentavano un pericolo per gli escursionisti, pertanto raccomandiamo di non avventurarvi se non prima di aver preso le dovute precauzioni.

Perche’ questi luoghi sono stati lasciati cosi, senza un progetto di recupero e mantenimento?

Dovete sapere che agli inizi degli anni 80’, poco prima della fine della Guerra Fredda, le strategie militari prevedevano l’uso sempre più diffuso di missili.

Di conseguenza molti avamposti militari, i fortini, le infrastrutture di artiglieria caddero in disuso e i terreni sui quali sorgevano vennero restituiti ai vecchi proprietari. Eccezion fatta per Rafeubetx e il Banco di Ibiza (altro complesso strettamente relazionato con le “batterie costiere” di Rafeubetx) , dove si mantenne la giurisdizione militare, nonostante l’intensità delle attività in zona si ridusse inevitabilmente.

La decadenza delle installazioni e la povertà artistica dei graffiti di alcuni writers non minano il fascino di quello che possiamo considerare un vero e proprio museo a cielo aperto. Chissà se con il passare degli anni non ci si renda conto del valore inestimabile di questo posto, che ad oggi e’ dimenticato forse per la prossimità storica che non lo rende ne’ un luogo antico ne’ un luogo contemporaneo.

Ritornati in superficie e dopo aver osservato il sistema di trincee che difendevano la baia di Santa Ponça, costruite proprio con la pietra calcarea e l’arenaria delle cave multiformi che hanno accompagnato il nostro cammino, ammiriamo il panorama da un vecchio posto di vedetta, prima di arrivare a uno dei tanti fari dell’isola, luogo ideale per rifocillarsi.

Siamo finalmente pronti per imboccare la via del ritorno, sotto di noi gli sbuffi del mare agitano le riflessioni sul nostro passato, anche oggi abbiamo conosciuto un’altra storia, in questo piccolo e invisibile angolo di mondo.

8. Camì de s’Arcidux

Partenza: Valldemossa
Arrivo: Valldemossa
Difficoltà: intermedio
Equipaggiamento: Basico
Lunghezza: 12,5 km
Durata: 6 ore
Dislivello: 880 m salita/discesa
Punto di accesso: Carrer de les oliveres, Valldemossa

 

Nel 1883 l’Arciduca d’Austria Luigi Salvatore tracciò questo cammino che ci porta alla scoperta di alcuni tra i panorami più belli della Sierra de Tramuntana, dandoci l’occasione per conoscere uno dei personaggi più importanti e influenti dell’arcipelago.

Partiamo dallo splendido borgo di Valldemossa, dopo aver fatto un abbondante colazione a base di cocas de patata, per inoltrarci all’interno del Parco del Voltor, territorio al centro di un progetto di recupero e conservazione tra i più riusciti sull’isola.

La salita ha una buona pendenza, ma la vista ripaga lo sforzo, attraversando secoli di storia locale: case di neve, forni di calce, pire di carbone e antichi qanat arabi.
Continuiamo a salire nel bosco, fino ad un bivio che ci permette di raggiungere un altopiano in quota, vero punto di inizio dell’antico cammino tracciato dall’Arciduca.

Ci troviamo di fronte ad una vera e propria opera ingegneristica, un sentiero ciottolato lungo il cornicione della montagna, a strapiombo sulla valle sottostante. I borghi sembrano puntini in lontananza, le vele delle barche si confondono tra le onde, Sa Foradada, la roccia forata più famosa dell’isola, è sotto di noi.

E’ proprio qui che l’Arciduca portava la sua amata, Catalina la contadina, molto piu’ giovane di lui.

Quasi per volere del fato, alzando lo sguardo al cielo, una coppia di avvoltoi si corteggia compiendo evoluzioni circolari, mentre il rumore di un masso ci distoglie fino ad incontrare un gruppo di capre selvatiche. Là davanti a noi, sul cucuzzolo della montagna, il rifugio che l’Arciduca aveva scelto per contemplare la natura.

Mecenate, scienzato, scrittore e molto di più. Figlio ribelle degli Asburgo, parlava dieci lingue e fu il primo vero promotore del turismo nelle isole Baleari. Su di lui tante storie, tra verità e leggenda, che raccontate in cresta sono ancora più ammalianti.

Attirò l’attenzione di tutte le corti europee, dopo che la futura imperatrice d’Austria, la Principessa Sissi, passo’ in incognito un Natale con lui, nella tenuta di Son Marroig.

Il Die Balearen, la sua opera più importante, è ancora oggi riferimento per gli storici e gli appassionati dell’isola: usi, costumi e tradizioni dei maiorchini non sono mai stati raccontati con cosi’ tanta dovizia di particolari.

A malincuore scendiamo fino ad uno spettacolare belvedere sulla valle, poco lontano dal quale troviamo un antico luogo di silenzio e meditazione.

L’aria è pulita, la discesa gradevole, superiamo i ruderi di antichi insediamenti, patrimonio etnografico di immenso valore, fino alla finca di Son Moragues.

Qui ci imbattiamo in una delle 42 cases de neu della Serra de Tramuntana, circostanza inusuale a queste altitudini (600 metri s.l.m.) e testimonianza di quanto sia stato forte l’impatto del cambiamento climatico.

Prima della produzione industriale di ghiaccio, i nevaters raccoglievano e ammassavano la neve in queste installazioni, pigiandola faticosamente come fosse uva sotto i loro piedi. Durante la stagione estiva poi, carri trainati da muli trasportavano al pueblo la neve pressata che oramai si era trasformata in ghiaccio.

Superata la scaletta di legno che delimita il territorio della finca, ci ritroviamo in men che non si dica attorniati da terrazzamenti secolari di ulivi. Scorgiamo Valldemossa in lontananza, con la Cartoixa e il campanile della chiesa di Sant Bartomeu che si riconoscono distintamente fra i tetti delle case.

Di fronte a tanta bellezza sarebbe facile cedere alle tentazioni di un gigantesca freccia rossa che indirizza a sinistra, ma oramai nulla può confondere dei trekkers navigati come voi, e se chiedete in giro la risposta sara’ sempre quella: todo recto, sempre dritto!

9. Torrent de Pareis

Partenza: Escorca
Arrivo: Sa Calobra
Difficoltà: Molto Elevata
Equipaggiamento: Pro
Lunghezza:6,4 6,a km
Durata: 6 ore
Dislivello: 600 m 
Punto di accesso: Ristorante Escorca, km 25 carretera Ma-10

 

Siamo di fronte all’itinerario più spettacolare che si possa fare a Maiorca, e nondimeno a quello più esigente, tecnico ed estenuante, sia dal punto di vista fisico che mentale, dato il numero di ostacoli che si presenteranno al nostro passaggio.

Abbiamo due possibilità: scendere o salire.

La discesa risulta sempre più complicata, ma questo vale per qualsiasi tipo di trekking, e le stesse raccomandazioni le troviamo nelle mappe esplicative proprio nei pressi del ristorante Escorca, punto di accesso del sentiero.

L’alternativa è invece risalire il torrente, partendo da Sa Calobra e affrontando l’ascesa con qualche difficoltà in meno.

In entrambi i casi è comunque necessario seguire quattro regole fondamentali:

– la partenza deve avvenire all’alba, o non più tardi delle 7.00;
non sono ammesse avventure in solitaria;
– avere calzature da trekking di buon livello, che tengano ben salde le caviglie;
– avere un’assicurazione che copra infortuni e recupero.

Ci troviamo dentro al secondo canyon più lungo d’Europa, dopo le gole di Samarià a Creta: massi giganteschi, pareti altissime sopra di noi e l’assenza di tracce, fanno sì che i soccorsi debbano eventualmente avere il tempo di necessario di raggiungervi, prima che faccia buio.  Passare una notte all’addiaccio in un ambiente così, con l’umidità che entra nelle ossa, può risultare pericoloso anche in una stagione mite come la primavera.

La direzione da intraprendere è intuitiva, dobbiamo puntare a mare, ma la prima volta che si affronta il percorso è necessario avere una guida che indichi come e dove superare gli ostacoli.

I passaggi complicati sono essenzialmente quattro lungo il nostro percorso, ma l’utilizzo di una corda faciliterà sicuramente il nostro compito. Se non ha piovuto le due settimane prima, il torrente sarà in secca e non sarà necessaria attrezzatura al neopreno, al massimo troveremo pozze d’acqua profonde mezzo metro.

Da qui su vediamo già il canyon, che ci appare come una vena nella terra, insinuarsi stretto fino a Sa Calobra.

Siamo pronti, ci aspetta un’ora e mezza di discesa e 600 metri di dislivello per la montagna al lato di Escorca, prima di raggiungere la confluenza del Torrent de Lluc con il Torrent de Sa Fosca, a sua volta deviazione del Torrent de Gorg Blau.

Finalmente nel letto del torrente, ci fermiamo per un ristoro e focalizziamo il prosieguo del cammino, fissando le “regole d’ingaggio”.

Da qui inizia ufficialmente l’escursione al Torrent de Pareis!

Siamo nel bel mezzo del canyon, in un punto conosciuto come s’Entreforc, le pareti tra le quali camminiamo sfiorano i 300 metri di altezza, e noi siamo solo piccoli puntini in un mondo che ci inghiotte poco a poco, fino a Sa Fosca, il luogo più buio e oscuro sui nostri passi.  Il tempo di qualche fotografia in queste spettacolari viscere naturali e proseguiamo.

A differenza di altre escursioni, dove è possibile rielaborare in parola le emozioni provate lungo il cammino, per il Pareis risulta ingeneroso affidare a un verbo, un aggettivo, o un sostantivo, la descrizione delle forme, dei giochi di luce, della sublime sensazione di trovarsi qui ed ora!

Anche perché abbandonarsi troppo a sé stessi rischia di essere infausto, appena abbandonato il Torrent de Lluc, sfidiamo un masso enorme che sulle prime risulta arduo da scendere.

Seppur il contesto naturalistico prevalga su tutto, una grotta ci rimanda alla leggenda di un soldato disertore del reggimento Svizzero, che visse qui intorno al XVIII secolo, quando il Re di Spagna era solito assolvere mercenari al suo servizio. Si vestiva di pelli di animali e aveva la barba incolta, ancora oggi la sua figura viene utilizzata a scopo “correttivo” sui fanciulli maiorchini soliti al dispetto.

In questo punto del percorso ci tornano utili le corde che ci siamo portati appresso, prima di giungere ad un’altra immensa grotta dalla forma caratteristica a V, con un’entrata ampia e il soffitto 30 metri sopra di noi.

Ci apprestiamo ad affrontare il tratto finale, sicuramente il più spettacolare, ma non prima di avere superato il Pas de Grassos estrenyeu-vos (ogni riferimento per i sovrappeso è puramente casuale) e il Pas de s’Estalò, gli ostacoli comunemente definiti come i più insidiosi dell’escursione.  Si entra come spazzacamini dentro un buco nella roccia liscia, per poi farsi scivolare fino a terra, sempre aggrappati alla nostra corda.

Come un’oasi nel deserto ci appare una piccola fonte sempre attiva per via delle infiltrazioni calcaree e sulla cui cima si adagia una pianta che alimenta le nostre suggestioni. Dopo un sorso d’acqua fresca e pura, ci dirigiamo verso Sa Calobra, sempre più vicina, per il più meritato dei chapuzon (ndr tuffo a bomba).

L’origine del nome Pareis è controversa, c’è chi lo riferisce alla confluenza di appunto un paio di torrenti, chi alla presenza di pareti, ma noi preferiamo la visione più poetica, Pareis come paradiso, perchè vi assicuriamo lo è davvero.

10. Castell d’Alarò

Partenza: Alarò
Arrivo: Alarò
Difficoltà: Elevata
Equipaggiamento: Pro
Lunghezza: 16,8 km
Durata: 7 ore
Dislivello: 1268 m
Punto di accesso: Casco antiguo Alarò

 

Il Castell d’Alarò è una delle tre roccaforti rocciose i cui resti sono presenti sull’isola, sicuramente la più conosciuta e la più frequentata. Fu teatro di numerose battaglie medievali per il controllo del territorio e scenario di leggende antichissime.

L’itinerario che proponiamo è il più lungo e completo, ma le vie di accesso sono diverse e si può optare per varianti brevi, senza alcuna difficoltà tecnica, come ad esempio la via che parte da Es Verger o quella che si imbocca da Orient.

La difficoltà elevata della nostra escursione non è solamente dettata dal dislivello importante, ma anche da una deviazione con tratti leggermente esposti che ci porterà in un anfratto magico, a strapiombo sulla valle.

Si parte dal centro storico di Alarò, sonnecchiante pueblo ai piedi dell’omonimo Puig de Alarò, per risalirne lentamente le pendici tra campi coltivati e antiche fincas. Il percorso è in gran parte su strada, sebbene le pendenze si facciano sentire sin dall’inizio. Il terreno stabile sotto di noi ci permette comunque di tornare indietro nel tempo, quando la cavalleria da guerra risalì lo stesso lastricato.

Arrivati al bivio con Es Verger troviamo l’omonima locanda, dove il tempo sembra essersi fermato e dove al ritorno ci fermeremo per una succulente spalla d’agnello, oppure per una deliziosa misticanza condita con olio locale, oppure per un frutto caduto spontaneamente dall’albero, secondo le nostre sensibilità.

Iniziamo la salita lungo le pendici del castello, le cui mura si confondono con l’ocra intenso della roccia, circondati dai profumi e dai colori della macchia mediterranea.

Una volta entrati dal portone d’accesso ancora ben conservato, ci accoglie un belvedere spettacolare su tutta la Sierra de Tramuntana. Riconosciamo ogni pendice, ogni cima di fronte a noi, su tutti il Puig Major che svetta con il suo radar che ci riporta alla guerra fredda.

Subito ci si rende conto dell’inaccessibilità del luogo e l’ingresso (o la fuga) per i nostri antenati doveva essere sicuramente meno piacevole: dal matacan venivano lanciate pietre e olio bollente, mentre dall’altro lato gli orridi rendevano impossibile qualsiasi tentativo di ritirata.

Ma l’uomo si sa, ha mille risorse, e proprio da qui nasce la leggenda di Fonoll, un capo saraceno che difendeva la rocca durante l’assedio cristiano. L’isola era ormai tutta in mano all’esercito di Giacomo I, rimaneva da conquistare solo l’ultimo avamposto musulmano, l’inespugnabile Castell d’Alarò.

Il “moro” Fonoll trovandosi alle strette pianificò la fuga attraverso il burrone, e qui sta il genio, per ammortizzare la caduta sua e dei suoi prodi decise di mettersi in testa dei grandi vasi di terracotta.

Da vero condottiero fu il primo a lanciarsi, e manco a dirlo si schiantò rovinosamente al suolo. Poco vicino, un umile pastorello devoto di Maria, ebbe l’arguzia di gridare ad alta voce: “Fonoll, Fonoll!” I saraceni, pensando si trattasse di un’esclamazione per la riuscita della missione, si gettarono in massa, dandoci oggi la possibilità di visitare la cattedrale cristiana de la Seu, in luogo di una mezquita arabeggiante.

Proseguendo verso l’antica foresteria la vista si apre sull’altra metà dell’isola, una chiesetta e un piccolo museo arricchiscono il complesso dove decidiamo di fare una sosta e ammirare Cabrera all’orizzonte.

Ma le sorprese non finiscono: un percorso stretto ci porterà alla torre del Migjorn, e da lì accederemo, attraverso una piccola spaccatura nella montagna, ad una grotta che ci farà venire voglia di spiccare il volo.

Davanti a noi Maiorca, e tutta la sua storia.

Rimaniamo in silenzio a contemplare il volo in picchiata di un rapace, mentre tocchiamo con mano la pietra fredda che ci sostiene. Un ultimo sospiro e con più calma del solito siamo pronti ad aggirare il colle e ridiscendere lentamente verso il XXI secolo.

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